GROUND ZERO – Intervista a Yuri Minghini

La notte scende veloce. E con il buio le infinite luci di New York brillano ancora di più. Splendono maggiormente dove il buio, in quel triste giorno del 2001, è sceso più profondamente.

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Questa parte della città, dopo gli accadimenti dell’Undici Settembre, è stata chiamata Ground Zero. Pare un nome ovvio, ma non lo è. Risale agli esperimenti sulla bomba atomica, al famigerato progetto Manhattan. Indicava il punto sul suolo o in mare che corrisponde all’epicentro dell’esplosione di un ordigno nucleare, quello in cui la bomba sprigiona la sua massima potenza, vaporizzando all’istante ogni cosa intorno.

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La Quinta Strada e Wall Street sono a qualche isolato. Il Financial District, con il New York Stock Exchange (NYSE), la «borsa» più famosa del mondo, con il frontone che sembra quello di un tempio greco-romano, è poco distante.

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Tutto intorno la città è chiassosa e rumorosa, ma lì i rumori sembrano non giungere, i suoni sono attutiti in ossequio a quel terribile evento e alla ferita che ha lasciato, tra i grattacieli e nei cuori.


Al ritorno dal suo recente viaggio a New York, intervistiamo Yuri Minghini che ha visitato il Memorial di Ground Zero a 15 anni dal tristemente celebre 9/11.

Yuri, qual’é il tuo ricordo di quel terribile giorno del 2001?

Quel giorno ero a casa, stavo guardando la televisione come molti. All’improvviso le trasmissioni si interruppero per un’edizione speciale del tg a reti unificate per informare che le Torri Gemelle di New York erano state colpite da un aereo, ma non si riusciva a capire esattamente né la dinamica né le motivazioni dietro ad un accadimento di tale portata. Restai inchiodato alla tv a guardare e ad ascoltare. Si discuteva del velivolo piombato improvvisamente addosso ad uno dei due edifici e dell’ipotesi su cusa davvero fosse successo. Non era mai successa una cosa così e le scene in tv mi lasciarono sgomento, impietrito.

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Cosa ti ha spinto a voler visitare il Memorial?

Già nel programmare il viaggio in America avevo pianificato di visitare il World Trade Center Memorial. Non ritengo possibile andare a New York e non visitare questo luogo della memoria, per ciò che è e per ciò che rappresenta. Di fronte a un evento inimmaginabile, di questa portata, mi sono chiesto spesso come il popolo americano e la città sono riusciti a reagire.

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Come ti sei sentito, avvicinandoti al luogo dove sorgevano le Torri del World Trade Center?

Fino a quando non varchi i cancelli del Memorial, quasi non ti accorgi della sua presenza nel tessuto urbano. Il primo sussulto lo si prova nei pressi della fontana sulla quale sono riportati i nomi di tutti i morti nel tragico accaduto. Qualcuno ancora lascia fiori incastrati nelle giunture fra le lastre della fontana.

Le emozioni cominciano ad accavallarsi quando si entra nel museo e ti si fanno incontro scritte, immagini, fotografie, cimeli di quel terribile giorno e ti rendi conto di cosa gli americani hanno costruito intorno al sito delle Torri Gemelle. In Italia mai avremmo fatto una cosa del genere.

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Raccontaci brevemente le tue emozioni durante la visita…

Bandiere americane, parti di mezzi dei pompieri impiegati quel giorno, resti di travature metalliche e muri che sono ancora come e dove sono state ritrovate, ti fanno sentire male. È stato un tumulto di sentimenti che si accavallavano, quello che mi ha preso, soprattutto nella camera che ospita le foto di tutte le vittime di quella tragedia. Tanti erano bambini e genitori. In un altro ambiente, un cubo nero, vengono prioettate le loro foto accompagnate dal ricordo a voce di un loro parente o amico. Mi è venuto un groppo alla gola stando seduto a guardare quei volti.

Qui non è permesso, per rispetto, fotografare. Puoi solo stare in silenzio, finché la tristezza diventa comprensione della forza con cui gli Americani, la gente comune, ha saputo reagire.

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Come vive, secondo te, New York questo “luogo della memoria”?

C’é prima di tutto grande rispetto e silenzio. La gente, anche solo passando, rallenta e magari si ferma per un istante. Mi ha colpito molto come le persone, nei pressi della fontana, istintivamente parlino sempre sotto voce. La torre nuova che svetta sopra il parco del Memorial è senza dubbio un atto di rivalsa, non una sfida, ma il gesto di una città, di un paese, che cerca con tutte le forze di non cedere e anzi di rialzarsi.

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Secondo te qual’è il messaggio che il Memorial trasmette?

Ogni cosa nel Memorial invita al ricordo, non dell’evento in sé, ma delle persone. Sebbene tutti sappiamo, abbiamo visto cosa è successo, trovarsi di persona nel luogo di quell’accadimento è un’altra cosa.

È un luogo fatto per conoscere, per toccare con mano quello che accadde, ma nel rispetto tanto dei morti quanto dei vivi. Così, c’é una camera, non troppo evidente, dove vengono proiettate le inquadrature terribili di chi in cerca di salvezza si gettò dalle torri, ma la proiezione non è visibile dall’esterno e l’ambiente non è una tappa obbligata del percorso. Ad ognuno viene lasciata libertà di conoscere a modo proprio. Verso l’uscita poi c’é una piccola cabina dove il visitatore, se lo desidera, può lasciare a sua volta, in modo del tutto anonimo, un ricordo scritto.

Come quasi tutti i visitatori, uscendo, non sono riuscito a trattenere una lacrima.

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I morti furono circa 2800, tra passeggeri, dirottatori, poliziotti, vigili del fuoco, volontari. Erano esseri umani. A poco servono le etichette, le differenziazioni per razza, colore, religione. In quel giorno anche se molti di loro neppure si conoscevano, furono tutti uniti dal medesimo destino.

Erano tutti esseri umani. Erano persone.

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Pietro
Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, per parecchi anni è stato dirigente di azienda. In seguito ha messo a frutto la sua passione per i viaggi divenendo imprenditore nel settore del turismo. Ha visitato molti paesi per lavoro e per diletto. Ritiratosi da ogni attività, coltiva tuttora la passione per i viaggi e per la scrittura.
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