Il Graal della Galizia

Nevicava a larghe falde, in quel gelido inverno del 1300, tra le alture della Galizia. L’aria del mattino era gelida e candide coltri ammantavano ogni cosa. Svegliatosi che era ancora buio, Juan si era stretto nelle povere vesti e come ogni giorno, aveva provveduto a rintuzzare le braci appena tiepide nel focolare. Poi si era gettato addosso il mantello e aveva dato un’occhiata nella stalla.

Pur nella tremenda povertà in cui versava con la sua famiglia, la sua incrollabile fede in Dio, nella Madonna, nei Santi e soprattutto in Santiago, l’aveva sempre sorretto. Ora, però, cominciava a sentire il peso degli anni, delle difficoltà e la sua anima vacillava, infreddolita come il suo corpo.

I figli e la moglie ancora dormivano, gli animali erano quieti; dunque, decise che una messa non gli avrebbe fatto male. Anzi, forse avrebbe rinsaldato un poco il suo spirito fiaccato.

Così, facendosi forza, affrontò l’aria pungente e si mise in marcia verso la chiesa. Ma si ricordò subito dopo che, in paese, nessuno sarebbe venuto, quel giorno, a celebrare. Non gli rimase quindi che sfidare il gelo e la neve, per raggiungere la venerata chiesa del convento di Santa Maria Real a O Cebreiro, dove era sicuro che la messa si sarebbe tenuta.

Quando la raggiunse, aveva i vestiti fradici e i capelli grondanti. Tutto intirizzito si appoggiò stancamente al portone socchiuso ed entrò nella penombra rischiarata solo dalle fioche candele sull’altare. Non c’era alcun fedele, solo una manciata di monaci stretti nelle tuniche, impegnati a salmodiare le litanie dell’ora.

Era arrivato appena in tempo.

Fece rigidamente un frettoloso segno di croce e si avvicinò a testa bassa ad un pilastro di pietra sul fondo della chiesa. Proprio in quel momento entrò, con passo lento, il celebrante. Una folata d’aria gelida fischiò attraverso la finestra sul fondo e poco ci mancò che spegnesse le candele.

Il monaco si fermò presso l’altare e rivolse un breve sguardo agli astanti prima di iniziare la celebrazione, piantando più a lungo del dovuto i suoi occhi torvi sul povero Santìn, che cercava di diventare tutt’uno con il pilastro, tremando nei suoi stracci. Invece di provare la giusta compassione che si addice ad un uomo di chiesa, il monaco fu percorso da un moto di stizza e riprovazione. Il suo ingresso, non certo per vocazione, in convento, concesso soltanto per sgravare la sua famiglia di una bocca da sfamare, pesava sulle sue vecchie membra come un macigno e tutta la sua insoddisfazione ormai si riversava silenziosamente su chiunque gli girasse intorno.

Soffocato dal disprezzo che provava per sé stesso e per gli altri, mentre distoglieva lo sguardo da Juan, gli passò per la mente soltanto un pensiero: “cosa non si fa per assicurarsi un pezzo di pane e un sorso di vino…”.

Quel mattino malauguratamente gli toccava celebrare messa, una delle incombenze che meno gli aggradavano, anche perché non credeva affatto che quel pezzetto di pane raffermo e quel poco di vino di non eccelsa qualità potessero davvero diventare, come gli avevano insegnato, “il corpo e il sangue” di Cristo.

Ma non poteva sottrarsi. Perciò, si adoperò almeno a rendere l’ufficio liturgico il più breve possibile.

Al momento della consacrazione, mentre la sua bocca ripeteva a memoria e senza alcuna attenzione le formule di rito, la sua mente ancora gettava silenziosi improperi al villico di Barxamaior che non smetteva di tremare come una foglia.

Infine, allietato dal pensiero di aver quasi concluso la messa, con un gesto meccanico e consolidato dal tempo il monaco sollevò dal corporale l’ostia discoidale davanti a sé e alzò gli occhi, non per contemplarla, ma per esprimere sileziosamente, una volta di più, i suoi profondi dubbi. Ciò che accade a quel punto gli avrebbe sconvolto per sempre la vita.

Sulla superficie del disco di pane azzimo si formarono, in rapida successione, piccole gocce color rubino che si gonfiarono, stillandogli sulle dita tremanti, per poi cadere in larghe macchie sul corporale. Il vino nel calice intanto si addensò e si colorò della stessa tinta.

Era sangue!

L’ostia poi mutò perfino colore e consistenza come se fosse il muscolo di un animale.

Era carne!

Incapace di parlare o muoversi il monaco farfugliò solo: “Miracolo!”. E rimase lì, con gli occhi sbarrati dal terrore e dalla meraviglia a contemplare il prodigio, mentre i confratelli, in preda ad un’improvvisa isteria, pigliavano a genuflettersi scompostamente e a farsi ampi e disordinati segni di croce.

Juan fu come attraversato da un’onda di calore e incurante di tutto e tutti, attraversò di corsa la chiesa per gettarsi ai piedi del monaco. Mai in tutta la sua vita avrebbe immaginato e neppure sognato un segno così potente dal cielo, un premio così grande per la sua poca fede.

Così ringraziando mille e mille volte per ciò di cui era stato testimone, pianse a lungo e le sue lacrime si mischiarono a quelle abbondanti che scivolavano a terra dal volto del monaco che, impietrito dalla sua stessa mancanza di fede e dallo sgomento che l’aveva pervaso, continuava a starsene lì immobile, con gli occhi fuori dalle orbite e le mani bagnate del sangue di Nostro Signore. Poi, mentre il priore correva verso il campanile per suonare le campane a festa con tutta la forza che aveva in corpo e i confratelli si abbracciavano, si prostravano e si battevano il petto come esaltati, tra un’Ave, un Pater, un Gloria e un Miserere Me, il prodigio, rapidamente com’era cominciato, finì.

Si racconta che tale fu lo stupore e la grandiosità del miracolo che perfino la statua della Madonna, che stava nella cappella a fianco, si riscosse dalla sua fissità e spinse il collo in avanti per osservare meglio quel che accadeva, strabuzzando gli occhi per la meraviglia.

Se passate da O Cabreiro, in Galizia ed entrate nella chiesa di Santa Maria Real, troverete la statua della Madonna in quella stessa, strana postura, con il collo in avanti: dopo secoli non si è ancora ripresa!


Testo di Francesco Teruggi

Fotografie di Massimo Vella

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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Massimo
Appassionato di viaggi, di ciclismo e di fotografia, da sempre viaggiatore per le strade del mondo, è instancabile cercatore di luoghi insoliti, incontaminati dove incontrare e conoscere gli altri popoli e le altre culture.

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