Kyaiktiyo: la celeste roccia dorata

Tra i monti del Kelasa, nel cuore del Myanmar (Birmania), c’è un luogo magico che resiste ai venti, alle intemperie e ai terremoti, mostrando nella sua fermezza la stessa determinazione del Buddha sulla soglia dell’Illuminazione.

La salita è ripida, si procede soltanto a piedi. Chi non può camminare viene portato a braccia, su barelle e scranni. Non c’é un età per compiere questo pellegrinaggio, il terzo più importante dopo la Pagoda Shwedagon a Singuttara e il Tempio Mahamuni a Mandalay: uomini, donne, bambini, anziani, giovani. Tutti anelano a raggiungere Kyaiktiyo (la “Pagoda sulla testa dell’Eremita”). Me vale la pena. A 1100 metri di altitudine, sul monte omonimo, ad attendere il pellegrino c’é la mitica Roccia d’Oro con la sua svettante pagoda. Il miracoloso monolito di Roccia, alto e largo circa 7 metri, si erge prodigiosamente sullo strapiombo. Solo una piccola porzione lo tiene ancorato, quasi per magia, alla piattaforma rocciosa sottostante. Pare quasi che veleggi al di sopra di essa, sorretto da una qualche forza invisibile.

I fedeli che faticosamente la raggiungono portano con sé una pezzetto di foglia d’oro, un tributo, un dono, da appiccicare alla roccia che, in tal modo riluce come se del prezioso metallo fosse interamente fatta.

Il metallo giallo è il simbolo della “luce”, dell’Illuminazione bhuddica, della liberazione dal ciclo delle infinite vite e del desiderato Nirvana.

La roccia, con la sua pagoda sulla sommità, è essa stessa il Buddha, assiso sull’ignoto senza alcuna paura, in quanto la roccia simboleggia la montagna e, come si legge nelle “Gesta” raccolte da Asvaghosa: “la montagna è un Buddha e il Buddha è una montagna”.

Pare sia un suo prezioso capello a impedire alla roccia d’Oro di scivolare via dal suo precario piedistallo. Regalato dal monaco che l’aveva ricevuto da Siddharta stesso, al re birmano Tissa, presso il quale aveva avuto udienza, era stato riposto in un sacrario sulla cima di un monte. Sopra di esso, per meglio custodirlo sarebbe poi stata posta la roccia, prelevata dal mare grazie ai poteri sovrannaturali del sovrano (figlio di un potente sciamano e di una dea-serpente). La barca utilizzata per il trasporto fu altrettanto trasformata in roccia ed è ancora visibile a poca distanza.

Un altro mito invece racconta che la Roccia fluttuasse a mezz’aria da tempo immemore e si sarebbe progressivamente abbassata, prima fino a farci passare in mezzo un un pollo, poi una pernice poi un passero e infine soltanto un capello.

Nessuno lo ha mai visto il prodigioso capello che la tiene ferma, ma tutti coloro che salgono fino alla Golden Rock, sperano di essere i primi a riuscire nell’impresa. Secondo qualcuno il momento migliore per sporgersi sotto il profilo roccioso della pagoda (solo agli uomini è concesso avvicinarsi e toccarla) è il tramonto, quando il cielo si tinge di riflessi vermigli e l’oro riluce in tutta la sua brillantezza.

Secondo altri è la “festa della luna piena” (Full Moon of Tabalung), la maggiore ricorrenza che si festeggia ai suoi piedi, quando novantamila candele sacre ne illuminano ogni più minuscolo recesso.

Testo di Francesco Teruggi

Fotografie di Massimo Vella e Carlo Lanza

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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