L’arco dell’oasi palmirena

Cosa si prova di fronte al maestoso arco palmireno ricostruito ad Arona, sul Lago Maggiore, dopo aver visto laggiù nel deserto, in tempi migliori, l’originale andato distrutto?

Le emozioni si aggrovigliano come un nodo scorsoio che lentamente si stringe.

Non si può non tornare, con il pensiero, all’oasi incantata dell’affascinante regina guerriera Zenobia, che era salita al trono del piccolo regno nel III secolo azutoproclamandosi discendente di Cleopatra e a cavallo del suo destriero in testa al suo esercito, aveva sottratto Palmira al dominio di Roma, facendola prosperare ed estendendone i confini fino all’Egitto, al Mar Nero e all’Arabia intera.

L’arco, che una volta raccordava i due segmenti con assi differenti del maestoso, incredibile colonnato che taglia da parte a parte la conca in cui si sviluppava l’oasi, è diventato, tra i tanti monumenti, il simbolo della distruzione operata dal jihadismo negli ultimi anni.

Mascherata da folle opera di rimozione dell’idolatria in nome del Corano, è stata invece un’abile operazione di marketing, che dal 2015 ha fatto lievitare sul mercato internazionale le quotazioni e la richiesta di reperti trafugati da Palmira, ad opera, appunto, del “califfato” terrorista che, in tal modo, ha potuto contare su un ulteriore canale di finanziamento.

Non era, per dirla tutta, cosa nuova. Non molti anni prima, Palmira era già considerata un importantissimo snodo dello smercio illegale di reperti storico-archeologici. Chiunque, con un pizzico di intraprendenza, poteva, recandosi in visita all’oasi, entrare in possesso di oggetti e suppellettili rinvenuti nelle sterminate necropoli che circondano il sito, di statue, sacrofagi e perfino, attendendo un poco, di intere mummie.

La rete era talmente organizzata da poter esportare a piacimento qualunque genere di reperti in ogni parte del mondo, ovunque il compratore volesse.

Palmira, che millenni fa era il punto in cui si incrociavano i percorsi della via della Seta e delle rotte carovaniere commerciali di mezzo mondo, ha finito insomma per prosperare cannibalizzando sé stessa.

Davanti alla ricostruzione di quell’arco proveniente da un mondo lontano, le gambe, dunque, dovrebbero tremare un pochino, poiché, come quella volta collegava simbolicamente il colonnato ed ora collega la storia passata e futura di Palmira, è anche l’emblema di un regno e di una regina che, in qualche modo sono un ponte tra l’Italia e l’Oriente.

Zenobia, infatti, dopo la resa dell’oasi ai Romani nel 272 d.C. Alla fine di un violento assedio, fu fatta prigioniera e trasferita a roma, dove finì i suoi giorni, pare, come moglie di un facoltoso patrizio e stimata filosofa, in seguito alla benevolenza dell’Imperatore Aureliano che le aveva concesso la libertà.


Testo di Francesco Teruggi

Fotografie di Massimo Vella e Francesco Teruggi

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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Massimo
Appassionato di viaggi, di ciclismo e di fotografia, da sempre viaggiatore per le strade del mondo, è instancabile cercatore di luoghi insoliti, incontaminati dove incontrare e conoscere gli altri popoli e le altre culture.

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