Le Meteore: una città di pietra fra cielo e terra

Arriviamo al sito delle Meteore in un nebbioso e piovoso giorno di novembre. Salendo dalla fertile pianura greca della Tessaglia  verso i primi contrafforti  del Pindo, raggiungiamo la cittadina di Kalambaka, che deve la sua fortuna ai tanti turisti che,soprattutto  nel periodo estivo, si recano a visitare i famosi monasteri ortodossi: alberghi, ristoranti, negozi di souvenir si allineano senza soluzione di continuità lungo la via principale.

La nebbia a tratti apre qualche squarcio e allora riusciamo a scorgere sui ripidi fianchi di una montagna i piccoli spazi di preghiera (i cosiddetti prosefchadia) all’interno di grotte ove i primi anacoreti, circa mille anni fa, iniziarono l’ascetismo eremita delle Meteore. In seguito questi perseveranti  eremiti tentarono l’ascesa alle rocce gigantesche più alte. Le intravediamo tra la nebbia e la pioggia: sono pinnacoli di roccia, alti centinaia di metri, che si elevano maestosi e solitari sulla pianura. Già è quasi incredibile come questi anacoreti, con attrezzi e corde rudimentali, siano riusciti a raggiungerne la sommità (il termine “meteora”, con il quale universalmente sono conosciuti, significa “alto, sospeso”), ma ancor più difficile è pensare come siano riusciti, a partire dal XVI  secolo, a costruire lassù  grandi e splendidi monasteri.

È una vera città sulle rocce. Abbiamo la ventura di poter ammirare questo panorama sotto violenti scrosci d’acqua, con le nubi che si alzano e si abbassano nascondendo ora questo ora quel monastero, e soprattutto senza la folla toccante di turisti estivi. Furono 24 i monasteri costruiti sulla sommità delle falesie di arenaria, ma oggi solo sei di essi sono utilizzati. Noi ne visitiamo due.


Una strada recente ci porta alla base di questi pinnacoli, e poi si prosegue a piedi. Per permettere la visita sono stati costruiti recentemente scale scavate nella roccia e ponti, senza i quali nessun visitatore potrebbe salire. Gli anacoreti arrivavano lassù in cestelli rudimentali, issati a mano verticalmente anche per centinaia di metri. Vediamo uno di questi dispositivi (chiamati in greco vrizoni) al monastero di Varlaam, forse il più famoso, costruito su una grande roccia ad una altitudine di 551 metri. L’ascesa e la costruzione del monastero furono una vera e propria ardua impresa alpinistica. Al centro di questo complesso domina l’antica torre di risalita ( lo strapiombo è  di oltre cento metri ) con il balcone di legno dal quale pende ancora la vecchia rete entro cui venivano calati e issati i monaci. Oggi, per fortuna, si può salire al monastero con una scala di 200 gradini scavati nella roccia.

Visitiamo anche il monastero di Santo Stefano Martire, un gioiello d’arte che conserva la reliquia di San Caralambo, protettore e benefattore non solo del monastero ma anche di tutta la Grecia. È interessante notare che questo monastero, circa 50 anni fa, è stato affidato a una comunità di monache ortodosse che, oltre a fare da guida ai visitatori, si occupano con grande maestria anche del recupero e della conservazione dei molti tesori artistici che qui sono raccolti.
Questo complesso di monasteri, con il gran numero di santi che vi hanno vissuto, con la ricchezza di opere d’arte e di reliquie e con la tradizione ascetica, è  stato ed è focolaio di spiritualità ortodossa di somma importanza.

Le Sacre Meteore nel 1972 sono state dichiarate dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

Pietro
Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, per parecchi anni è stato dirigente di azienda. In seguito ha messo a frutto la sua passione per i viaggi divenendo imprenditore nel settore del turismo. Ha visitato molti paesi per lavoro e per diletto. Ritiratosi da ogni attività, coltiva tuttora la passione per i viaggi e per la scrittura.
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