Leggendari castelli nel cuore dell’Africa

Possenti mura di pietra scurita dal sole, merlature in stile portoghese, svettanti torri cilindriche sormontate da cupole come quelle dei fastosi palazzi dei maharaja indiani; il silenzio, un silenzio immobile, senza tempo, che avvolge le rovine e il caldo rovente, implacabile, che sembra prorompere dal cielo lapislazzuli: non sarebbe un panorama medioevale insolito, se non si trovasse nel cuore profondo dell’Africa, qualche decina di chilometri a nord del Lago Tana, fra gli altopiani d’Etiopia.

Qui, nel cuore della regione degli Amhara, l’imperatore Fassilidas, nel 1635 stabilì la nuova capitale del Beghemeder etiope, che tale sarebbe rimasta per almeno due secoli. Al suo centro volle erigere un misterioso castello, il Ghebbi, cinto da mura e circondato da saloni coperti, stalle, biblioteche, gabbie per i leoni, terme.

Visionario e avvolto dal mistero, Fassilidas intrattenne rapporti con oriente e occidente, immortalandoli nelle architetture di cui fu mecenate e restaurò la spiritualità copta come religione nazionale , cacciando i Gesuiti che tentavano di far penetrare lungo la Rift Valley il Cattolicesimo.

Non furono da meno i suoi successori, soprattutto il nipote Iyasu che eresse un castello per sé, chiamato Casa di Salomone e del quale si favoleggia. Pare che internamente avesse pareti foderate di avorio, palme dipinte ovunque e specchi e che i soffitti fossero stati rivestiti di foglia d’oro e pietre preziose.

Fassilidas, il cui vero nome era Ālam Sagad, “colui a cui il mondo si inchina”, era – o si riteneva – un discendente del mitico re Salomone, così come lo erano i falascia, gli ebrei neri che abitavano uno dei quartieri della città (gli altri erano abitati rispettivamente dai copti etiopi e dai musulmani etiopi), ogg ridotti ad un esiguo numero. La loro origine è in effetti un grande mistero.

Forse sono i discendenti degli ebrei sfuggiti alla distruzione di Gerusalemme nel V secolo a.C. e rifugiatisi in Egitto, sull’isola di Elefantina e successivamente discesi lungo il Nilo e il Tacazzé. La leggenda e la storia mistica raccontata nel Kebra Nagast invece, li ricondurrebbero al figlio di re Salomone e della mitica Regina di Saba. Altri ancora ne individuano le origini nella colonia ebrea yemenita stanziata in Arabia Felix, che avrebbe colonnizzato l’Etiopia a partire dal XII secolo.

A nord ovest del fiume Qaha, che bagna la città, Fassilidas fece erigere un padiglione a due piani, cinto da una grande vasca, un vero lago artificiale, ancora oggi noto e venerato come “bagni di Fassilidas”. Sulle sue rive durante la festa nazionale del Timkat si danno convegno i fedeli copti, per celebrare la prodigiosa presenza sul suolo etiope della biblica Arca dell’Alleanza.

Dopo la sua morte, già ritenuto “santo” in vita fu sepolto sull’isola di Daga nel monastero di Santo Stefano, dal quale ancora governa su Gondar.

I locali, a mezza voce, dicono che in certe giornate, soprattutto al tramonto, quando il sole infuoca l’orizzonte, il suo spirito si aggiri tra le mura ormai spoglie del Ghebbi che tanto amava. Altri raccontano di averne visto il fantasma camminare pensoso presso i suoi Bagni, al calar della sera, quando il sole rosso fuoco degli altipiani inizia il suo viaggio notturno.


Testo e fotografie di Francesco Teruggi

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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