Parigi sotterranea

L’ingresso è una semplice porta, in verità per nulla vistosa, socchiusa sulla Place Denfert-Rochereau. L’androne semi buio delle scale che si perdono nel ventre profondo della terra, poco oltre la soglia, sembra la bocca spalancata di un entità ancestrale pronta ad inghiottire tutto e tutti. Solo l’annoiato bigliettaio, seduto ad un tavolaccio in un angolo stempera l’atmosfera sospesa e la lieve claustrofobia. È già qualche minuto che attendo in piedi, come gli altri visitatori, biglietto alla mano, di cominciare la discesa negli inferi parigini.

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C’è chi tossisce, chi riguarda ridacchiando le foto nell’onnipresente macchina fotografica, chi sfoglia le guide, chi rotea gli occhi in alto e in basso cercando di combattere la noia incombente. Avverto lo stridio di una porta che si apre, oltre i gradini visibili. Poi finalmente compare dal fondo delle scale l’accompagnatore. Rapido controllo dei biglietti e si comincia a scendere nella galleria stretta fatta di gradini disuguali e umidicci. Un fila di lampadine smorte pende dal soffitto. Procediamo in silenzio fino al pianerottolo sottostante.

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L’accompagnatore si decide a rompere il silenzio. Comincia a ripetere, in un francese atono per le troppe volte che l’ha già recitata, la storia del luogo. Dall’altra parte della porta di ferro consunto, presso la quale sostiamo, si apre una porzione delle Catacombe di Parigi, una vera e propria seconda città, sotterranea, di estensione pressoché uguale a quella esterna, che si snoda sotto le vie ed i palazzi della capitale francese. Quella parte i parigini la chiamano L’Ossario. Nel Settecento, per porre un freno ai crolli e alle voragini che si aprivano di continuo, si decise di svuotare i sovraffollati cimiteri della metropoli e riposizionarne i resti mortali nelle gallerie e nelle cave aperte sotto le case e le strade. Inoltre, per cercare di risolvere il problema della cronica mancanza di tombe, fu emessa un’ordinanza che consentiva di utilizzare gli spazi ipogei anche per le nuove sepolture.

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A quel punto l’accompagnatore fa una breve pausa. Ci avvisa perentoriamente di non fotografare e di non toccare per nessun motivo ciò che vedremo. Fa scattare un chiavistello e la porta si apre. C’è odore di chiuso e di polvere, lampadine che gettano luce soffusa e creano ombre inquietanti. Quando i miei occhi si abituano e comprendo ciò che ho davanti agli occhi, un brivido mi corre lungo la schiena. Bisogna vederle certe cose, per capirle. Muri di ossa, profondi e alti anche diversi metri, occupano quasi tutto lo spazio di questi sotterranei per chilometri, lasciando solo i varchi necessari a passare. Sembra l’opera surreale di un tassidermista maniaco.

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Le ossa sono state accuratamente divise e raggruppate per tipo: da una parte file di femori ordinatamente impilati come cataste di legna, dall’altra tibie e peroni. Più avanti ci sono mucchi di teschi che guardano tutti nella stessa direzione e pareti intere di costole intrecciate. Vertebre e ossa corte sono state impiegate per comporre scritte e moniti. Cippi funerari e lapidi occhieggiano agli incroci e nelle absidi ricavate tra le spoglie mortali, che ogni tanto scricchiolano sinistramente come se fossero vive.

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Qui non si fece una «meditazione sulla morte» nel suo senso più alto, come accadde nelle cripte cappuccine di Roma dove, proprio negli stessi anni, i cadaveri dei monaci vennero trasformati in artistici arabeschi e rosoni, nei costoloni delle volte e nei colonnati. Piuttosto, si creò involontariamente una gigantesca e angosciante rappresentazione della morte in sé.

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L’Ossario in verità, non è che una piccola parte dell’immenso dedalo di almeno 300 chilometri che si snoda sotto Parigi, per lo più composto di condotte fognarie, cisterne ancora funzionanti e cave risalenti all’epoca romana. Partendo dal Pont de l’Alma se ne può perlustrare una piccola parte. Si può anche scendere sotto Notre Dame per visitare i resti della città romana e del Tempio di Giove, su cui la cattedrale fu edificata.

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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