Sbocconcellando il “simit”

Dal balconcino di una stanza al quarto piano del Pera Palace, uno dei più famosi ed eleganti della capitale turca – costruito nel 1893, quando la città si chiamava ancora Costantinopoli -, Istanbul con i suoi minareti, il mare ai suoi piedi, gli sfarzi dei sultani gelosamenti custoditi tra le mura del Palazzo Topkapi, pare quasi una visione lontana.

Nelle stanze del Palace, sul finire dell’Ottocento, soggiornavano i passeggeri in attesa di salire a bordo del leggendario Orient Express, la cui società aveva scelto l’ombra della torre Galata come ultima, estrema tappa del lungo viaggio del suo meraviglioso treno.

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Il quartiere che si stende ai piedi del Palace, e di cui l’hotel riprende l’antico nome “Pera”, è dominato dalla Torre Galata, antico bastione distrutto durante la IV crociata ricostruita dai Genovesi che attorno ad essa fondarono una delle loro più importanti colonie. Molti terremoti l’hanno scossa, ma la perizia con cui è stata edificata l’ha preservata intatta. Dalla sua sommità la vista abbraccia tutta Istanbul e i minareti della grande Suleyman Mosque sembrano così vicini da poterli toccare con mano.

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Altri minareti, ben sei, svettano poco oltre: sono il segno distintivo della Sultanhamet Camii, una vera rarità, superati per quantità solo dalla Ka’Ba della Mecca, in Arabia Saudita che ne conta addirittura sette. Questo prodigio architettonico dominato dalle preziose maioliche turchesi di Iznik (Nicea) che ne ricoprono pareti, colonne e archi e universalmente conosciuta come “Moschea Blu”.

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Sultanhamet per tradizione non è solo il nome della più celebre moschea della capitale turca ma anche l’evocativo nome del suo più intrigante quartiere, quello della “città vecchia”, dove ad ogni passo si incontra la storia, non solo turca ma di tutto l’occidente, che in ogni epoca è passato accanto e dentro le sue mura.

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Camminando verso lo stretto braccio di mare del Corno d’Oro, inseguito ed invitato dagli immancabili venditori ambulanti di “simit”, il tipico pane turco a forma di ciambella e ricoperto di semi di sesamo tostati, raggiungo Ayasofia (Agia Sophia), Santa Sofia, la cattedrale voluta da Costantino per la Nova Roma. Rimase chiesa per ben 916 anni, poi nel 1453 con la conquista turca fu convertita in moschea, le suppellettili asportate, i mosaici coperti e tale rimase per 486 anni finchè, sconsacrata per ordine di Ataturk, fu definitivamente trasformata nell’attuale museo.

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Anche il sottosuolo di Istanbul nasconde tesori. Abbonda di depositi artificiali per l’acqua, indispensabili riserve fin dalla più remota antichità. Tutte le cisterne note sono purtroppo inagibili, ad eccezione della Yerebatan Sermeci, il cui ingresso si trova a poca distanza da Santa Sofia. Nota come Cisterna Basilica, è un incredibile spazio ipogeo (140 metri di lunghezza per 70 di larghezza circa) costruito alll’epoca di giustiniano. La volta è sorretta da ben 336 colonne e contiene l’acqua pura, in cui nuotano i pesci appena visibili nella penombra che ancora percorre 19 chilometri dalla fonte attraverso l’antico acquedotto che la alimenta. Qua e là fanno capolino profili di divinità e teste di gorgoni.

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Nel panorama di Istanbul domina certamente il favoloso palazzo del sultano, oggi monumento nazionale e museo, dove ammirare da vicino le immense ricchezze possedute dai regnanti delle epoche passate. Le guide si prodigano a raccontare i particolari più piccanti e curiosi della vita di corte ed soprattutto del grande harem in cui dimoravano le concubine, splendidamente conservato. Al cospetto del cangiarro, il pugnale ricurvo tempestato di smeraldi appartenuto al sultano, la mia mente corre inesorabilmente alle scene del film del 1964, omonimo del palazzo, “Tokapi”.

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Tra le mille leggende di Istanbul c’é quella della principessa isolata nella torre di Leandro o Kiz Kulesi per preservarla da una nefasta predizione, cui non potè comunque sfuggire e contro la quale a nulla servirono amuleti e scongiuri: proprio allo scadere dei diciotto anni, mentre ammirava le acque del Bosforo, là dove sarebbe stato superato millenni più tardi dal vertiginoso ponte sospeso, il serpente nascosto nel cesto della frutta la morse. E la profezia fu compiuta.

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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