Cézanne e la montagna: qui nacque il cubismo

Fin dal suo riconoscimento “ufficiale” da parte di Picasso, Cezanne è considerato il vero padre della rivoluzione artistica cubista. Dalle sue mani, dal suo occhio e dal suo cervello presero vita le opere in cui cercò di realizzare l’aspirazione di sintetizzare nel colore la visione e la coscienza e che sono il fondamento di tutta l’arte successiva.

Ad Aix ci era nato e gli agi di famiglia gli avevano permesso di coltivare ed esprimere in solitudine, e al riparo dalla critica e dalle necessità economiche, il suo talento. Aveva conosciuto gli Impressionisti a Parigi, aveva lavorato con Pissarro e partecipato con alcuni suoi dipinti alla loro prima e alla terza mostra (1874 e 1877). Ma il suo cuore lo riportava ogni volta in Provenza.

Al riparo dei giardini della Bastide Jas De Bouffan poteva lavorare in solitudine, accarezzato dalla luce del sud francese e dall’aria rinfrescata dal mistral.

Acquarelli, pitture ad olio dai colori sgargianti e stesi senza rimescolarli prendono continuamente vita dal suo pennello. Ma non ne venderà mai uno.

Nella sua affannosa e silenziosa ricerca, manca ancora qualcosa. Ci vuole un soggetto nuovo, qualcosa che riesca a far emergere quanto Cezanne cova nel cuore. Lo trova nel 1895. Ce l’ha sempre avuto davanti agli occhi: è la montagna Saint Victoire con i suoi strati ricchi di fossili, all’ombra della quale, in gioventù, discorreva amabilmente e si intratteneva con Emile Zola, l’amico di sempre.

Vaga alle sue pendici di candido calcare tra la vegetazione folta e le rocce rosso fuoco. Finché un giorno si imbatte nelle carrieres della cava di Bibemus, abbandonata a sé stessa e di cui la natura ha ripreso possesso. Nel ventre dei suoi scavi, nella caverna oscura della terra color ocra, Cezanne finalmente trova quello che da sempre cercava. Seduto letteralmente sui piedi della montagna, la dipinge per anni da quella prospettiva cercando di penetrarne il mistero con i suoi colori. Per non perdere tempo riadatta un capanno in cui riporre le tele al termine di ogni giornata e muoversi più velocemente tra il suo improvvisato studio e la città. A volte, esausto, crolla tra le pareti del capanno e vi si sveglia il mattino seguente riprendendo immediatamente a dipingere.

La retrospettiva che gli viene dedicata a Parigi nel 1895, lo ha reso un maestro ammirato e celebrato, ma a Cezanne non importa. È tempo di tornare ad abbracciare con lo sguardo il massiccio in tutta la sua grandiosità, di vederlo e perdersi in esso da lontano. Compra perciò un terreno sulla collina dei Lauves e vi fa costruire il suo nuovo atelier, che egli stesso progetta, immerso nella vegetazione.

Si trasferisce a lavorare stabilmente tra quelle mura nel 1897 e qui realizza le sue tele di maggiori dimensioni. Nella sala al piano superiore che è il suo “laboratorio”, le pareti sono di un grigio impersonale, solitario, come un diaframma di puro colore che lo separa dal resto del mondo. La grande finestra a vetri che occupa quasi una parete intera lascia filtrare il sole in pienezza, ma per Cezanne non è abbastanza, perciò fa realizzare un taglio verticale con speciali porte e un binario grazie a cui far uscire i dipinti e osservarli in luce piena. Molte volte le Grandes Bagneuses passeranno di lì.

Spesso dipinge all’aperto. Imbraccia il cavalletto con la tela e la scatola dei colori e sale oltre l’atelier lungo il Chemin de la Marguerite, fino all’uliveto sulla sommità della collina. Sceglie sempre lo stesso punto del Terrain de Pintres. Nascosto tra questi alberi, realizzerà 44 oli e 43 acquerelli centrati sulla Montagna Saint Victoire.

Un giorno d’autunno del 1906, l’anziano Cezanne, diabetico e miope, nonostante le nuvole promettano pioggia esce a dipingere. Mentre lavora, con mano malferma ma con la determinazione di sempre, lo sorprende un violento temporale. Fradicio e tremante viene assalito dalla febbre. Nessuno lo vede. Più tardi lo ritrova per caso un contadino. Riconoscendolo, lo carica in stato di semi-incoscienza su suo carretto e lo porta faticosamente fino all’atelier. La polmonite se lo porta via pochi giorni più tardi. Cezanne muore in solitudine, così come aveva voluto vivere, in quella stessa solitudine da cui nacquero le sue opere immortali.

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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