Colli da giraffa

Lunghi colli foderati di “ottone” compaiono ogni tanto nella foresta sul confine tra la Thailandia e il Myanmar (Birmania). Sono quelli delle sinuose Padaung, le donne Kayan Lahwi della provincia di Mae Hong Son.

I collari metallici e lucidi sono l’emblema della loro ancestrale religione animista, Kan Khwan, originaria, pare, della Mongolia e perpetuatasi immutata fino ad oggi dell’età remota del bronzo. Raccontano che l’umanità (la loro tribù) sia figlia di un dragone femmina e di un essere angelico, un “uomo con le ali”.

Forse è proprio per somigliare di più alla Grande Madre-drago – è questa la sembianza che danno i collari – che le donne si avvolgevano il collo: ricercandone l’ancestrale bellezza ne mantenevano il ricordo.

Certo, ci sono molte altre teorie. Secondo la più prosaica sarebbero semplici dispositivi per proteggere le donne dagli attacchi delle tigri che, notoriamente, afferrano la preda proprio al collo per piegarle alla loro volontà, spezzandolo. Ma è probabile che sia soltanto l’interpretazione letterale di questioni ben più misteriose e simboliche.

I Kayan Lahwi hanno smesso dal 2006 di praticare questa usanza, inizialmente in segno di protesta, poi in seguito al forzato trasferimento in campi profughi in Thailandia dal 2008 e infine incoraggiati ad evitarla dopo che i loro villaggi sono quasi diventati, sotto la spinta del turismo, dei veri “zoo umani”.

Quando l’usanza era ancora viva, il lungo rituale cominciava a cinque anni circa di età, il momento in cui le bambine “elette”, quelle nate in luna crescente e in uno dei giorni propizi, provavano per la prima volta un anello da collo non permanente a giro singolo. Gli anelli, realizzati con una lega di argento, ottone e oro, venivano poi sostituiti con gli anni da collari a più giri, fino ad ottenere l’effetto finale di una sorta di doppio vortice.

Nel tempo, la pressione e soprattutto il peso del metallo finivano per deformare le clavicole, dando quel particolare effetto ottico ma solo apparente di “allungamento” del collo. Di fatto, le ossa del collo non subivano alcuno stiramento.

Quando le donne cominciarono a togliere i collari alla presenza di antropologi e medici, inoltre si apprese che, a parte la modifica alle clavicole, non causavano nessuno scompenso. Anche il disorientamento e il fastidio dei primi giorni di assenza del dispositivo cessava completamente e le donne, anche dopo averli indossati quasi ininterrottamente per quaranta anni, tornavano a utilizzare normalmente e senza conseguenze il collo.

Molte avrebbero preferito tornare a vestirlo, sentendosi più protette e più a loro agio con la spirale a fasciare la gola. L’ornamento inoltre rendeva le donne “sacre” ed era considerato una sorta di “tempio portatile”. Molti sono i racconti lagati ai suoi poteri taumaturgici. Bastava tocca il Khan Kwan di una donna per guarire immediatamente dalle maloattie o ricevere una benedizione.

La pratica ha alcune somiglianze con gli usi di talune tribù africane, da quella Ndebele sudafricana a quella Maasai (Tanzania e Kenya).

Oggi le donne Kan sono tornate a indossare i loro collari. Ma soltanto a beneficio dei turisti.


Testo di Francesco Teruggi

Fotografie di Massimo Vella

Carlo
Sportivo, appassionato di viaggi e di fotografia, ha una predilezione per la ritrattistica e il reportage culturale quanto naturalistico. Viaggia per conoscere e per scoprire.
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Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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Massimo
Appassionato di viaggi, di ciclismo e di fotografia, da sempre viaggiatore per le strade del mondo, è instancabile cercatore di luoghi insoliti, incontaminati dove incontrare e conoscere gli altri popoli e le altre culture.

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