La tela sul volto

Le intricate foreste centro asiatiche nascondono le vestigia di innumerevoli tradizioni antiche e di etnie che lentamente stanno perdendo i loro antichi usi e costumi. Lungo il Lemyo (Lay – mro river), affluente del Kaladan che serpeggia lungo il confine tra l’India e il Myanmar (Birmania), vivono ancora le ultime Hmäe Sün Näe Ti Cengkhü Nu, le donne con la faccia tatuata della tribù Lai-Tu-Chin.

Con la loro riscoperta occidentale hanno preso il soprannome di “donne ragno”, esplicito riferimento alla complicata geometria, simile ad una tela di aracnide, che copre tutta la superficie del viso femminile.

L’usanza è decaduta fin dal 1970, quando il governo mise fuori legge la pratica, ritenuta una minaccia per la coesione sociale, in quanto questo particolare tatuaggio è anche un simbolo di appartenenza tribale.

L’inchiostro che viene impiegato per l’elaborata decorazione è di origine naturale, a base di erbe e di cenere e viene cerimoniosamente inserito sotto pelle con una tecnica gelosamente custodita e tramandata. La sua particolare natura fa sì che il tatuaggio tenda con gli anni a sbiadire, diventando quasi come un riflesso, un’ombra che sembra emergere dall’epidermide.

La realizzazione della “tela” accompagnava gli ultimi mesi di permanenza femminile nell’età infantile e preludeva all’ingresso nell’adolescenza. Non era una costrizione o un’imposizione violenta ma, a quanto pare, una consuetudine cui le fanciulle si sottoponevano di buon grado.

Il tatuaggio facciale era considerato imprescindibile non solo per mostrare il proprio “far parte” di di un particolare gruppo sociale ma soprattutto come manifestazione di bellezza. Era un modo per rendere indesiderabili alle tribù vicine le donne in età da marito, attraverso un segno visibile, che avvolgeva tutta la faccia e che perciò in nessun modo poteva essere rimosso?

Viene il dubbio che, dietro l’apparenza, la tradizione custodisca, ben celata, una diversa verità.

Del resto, è sufficiente osservare da vicino l’intricata decorazione permanente, per accorgersi del suo misterioso effetto ipnotico. C’é una volontà, una costruzione logica e intelligente nel disegno che va oltre il mero senso pratico ed estetico. Tutti i tatuaggi sono simili, ma ognuno ha proprie peculiarità, dovute ai lineamenti del volto che il disegno deve seguire, alla mano di chi lo realizza e forse ad alcuni elementi non visibili.

L’effetto finale è ipnotico, costringe quasi lo sguardo a seguire le linee nelle loro contorsioni e finisce per convogliare l’attenzione sugli occhi. Centro dell’intera costruzione è il punto in mezzo alla fronte, da cui paiono irradiare, come raggi che accarezzano il viso, le linee arcuate doppie e singole che scendono fino alla mascella. Dalla bocca, dagli occhi e dalle orecchie emergono doppie file di linee più marcate, grondanti materializzazioni della capacità propria di ciascun organo di senso.

L’insieme non restituisce l’immagine di un viso intrappolato in una tela di ragno dalla quale mai fuggirà, bensì di una tela al cui centro si staglia il viso, come un ragno in paziente attesa della preda.

Ciò sembra in contrasto con le usanze della tribù, per cui incrociare gli sguardi soprattutto mentre si conversa è considerato un atto di sfida. È ritenuto irrispettoso anche puntare in ogni modo i piedi verso un interlocutore.

Perché dunque realizzare sul viso femminile un tanto appariscente e complicato disegno che, certamente e per stessa ammissione della tribù, non ha alcun legame con la tela del ragno?

È il racconto di un popolo, la storia ancestrale dalla quale proviene, è la discendenza che le giovani donne sono chiamate a incarnare e a perpetuare con gli sguardi, con le parole pronunciate e con quelle ascoltate, con ogni loro respiro, con tutto il loro cuore.


Testo di Francesco Teruggi

Fotografie di Carlo Lanza e Massimo Vella

Carlo
Sportivo, appassionato di viaggi e di fotografia, ha una predilezione per la ritrattistica e il reportage culturale quanto naturalistico. Viaggia per conoscere e per scoprire.
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Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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Massimo
Appassionato di viaggi, di ciclismo e di fotografia, da sempre viaggiatore per le strade del mondo, è instancabile cercatore di luoghi insoliti, incontaminati dove incontrare e conoscere gli altri popoli e le altre culture.

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