Magnelli: libertà e visione

Magnelli aveva conosciuto Matisse nel 1914 durante il suo primo viaggio a Parigi. Non si era reso conto di essere nato artista, finché non era stato invitato a cimentarsi nell’espressione del “sacro fuoco” da un amico di famiglia. D’improvviso, scoperta la sua vocazione, aveva preso a viaggiare per tutta la Toscana, studiano i pittori classici trecenteschi e quattrocenteschi. Ma le sue simpatie si erano presto rivolte all’avanguardia futurista, grazie anche al suo amico d’infanzia Palazzeschi.

La frequentazione del movimento l’aveva così portato a Parigi. Nei giorni della sua permanenza nella Ville Lumiére in compagnia del suo vecchio amico, aveva poi conosciuto Soffici, il quale l’aveva presentato a Guillame Apollinaire. Così, era stato introdotto nella cerchia dei grandi pittori astrattisti francesi e di lui si era interessato soprattutto Matisse, che gli aveva perfino spalancato le porte del suo studio parigino.

Le traverse vie lungo le quali si era incamminato, avrebbero portato Magnelli ad essere riconosciuto come il primo vero astrattista italiano.

Neppure la chiamata alle armi nel 1916 e lo scioglimento del gruppo futurista fiorentino riuscirono a spegnergli la passione ardente ma pacata per la pittura. Anzi, la lontananza dalla tavolozza e dalle tele, cominciò a causargli violenti e continui mal di testa che costrinsero i superiori a “riformarlo”, congedandolo nel 1918.

Tornato ai pennelli, cominciò a partecipare a mostre e collettive, guadagnandosi notorietà all’estero. L’occasione per farsi conoscere in patri, invece, gli giunse soltanto nel 1938 quando accettò di organizzare una grandiosa collettiva a Milano. All’esposizione fece partecipare grandi nomi quali Kandinsky, Sophie Tauber e il suo amico Arp. Il successo dell’evento lo condusse in pochi mesi a New York dove tenne una sua personale e l’anno seguente a Londra, su invito di Peggy Guggenheim.

Opere quasi “matematiche”, di una logica stringente e ineccepibile, strutturalmente solide, piene di colori e di forme che si costruiscono vicendevolmente -così la critica le avrebbe celebrate- nascevano dal suo estro artistico. Che fossero paesaggi, elementi astratti o realistici, erano certo le creazioni di “un maestro di libertà e di visione”, esiti provvisori di un”innovativa ricerca geometrica che l’astrattismo ancora non conosceva.

Magnelli, già da diverso tempo si era trasferito a Parigi nella celebre Villa Seurat. Qui aveva incontrato la futura moglie Susi Gerson. Si erano sposati in Provenza, a Grasse. E il richiamo del sud francese aveva cominciato a farsi sentire. Con lo scoppio del secondo Conflitto Mondiale si erano infatti trasferiti , dopo aver tentato invano di fuggire in America, proprio nella cittadina dei profumi, dove i Gerson possedevano la tenuta La Ferrage. I vicini di casa erano Hans Arp, l’amico di sempre e testimone di nozze e la sua famiglia.

Sarebbero tornati a Parigi nel 1944, in una nuova dimora, la residenza Maudon in periferia. Ma non rinunciarono mai, di tanto in tanto a tornare nella tranquilla Grasse. Neppure dopo la morte, il legame con il sud francese si attenuò.

A poca distanza dalla sua residenza, il nascente museo di Vallauris, che già raccoglieva una straordinaria collezione di ceramiche di Pablo Picasso, ricevette in dono da Susi Gerson un’intera collezione di opere di Magnelli, cui dedicò un’intera ala del castello, trasformata nel Musée Magnelli.

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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