Matisse: oltre l’espressione

Matisse aveva conosciuto Renoir non appena si era trasferito a Nizza. Ci era capitato nel 1917 per curarci una brutta bronchite e non era più riuscito ad andarsene. La luce della sua grande baia, ogni giorno uguale a sé stessa, e l’aria limpida della Promenade erano nutrimenti nuovi e inattesi per la sua arte.

Quando aveva incontrato il grande pittore impressionista, il 31 dicembre di quell’anno, nella sua Villa di Cagnes, l’aveva subito ammirato per la sua grande dforza d’animo: “non ho mai visto un uomo così felice e mi sono ripromesso a mia volta di non essere un codardo”.

Più tardi avrebbe riconosciuto nella voluttà dei suo ritratti femminili “i nudi più belli mai dipinti”. Identica stima aveva di lui Renoir, che più e più volte lo invitò, lasciando che rimanesse nel giardino degli ulivi a dipingere.

Dalla sua casa all’ultimo piano dell’edificio all’estremità del Cours Saleya, Matisse in quegli anni, affina e migliora le sue rappresentazioni, risolte in piani per lo più bidimensionali e traboccanti di colore, dalle quali la “gioia di vivere” sprizzava come gli schizzi delle onde contro le rocce del molo del porto di Nizza, dove amava recarsi per dipingere.

La stessa forza che aveva visto in Renoir, ben presto diventa quella con cui stendeva i colori, decisi e dominanti, senza sfumature, usando quelli fondamentali come elementi di contrasto.

Più tardi si trasferisce ancor più vicino al mare e alla luce, lungo la Promenade, nei due appartamenti, uno per vivere e l’altro per dipingere, acquistati in quello che una volta era stato l’Hotel Regina (oggi è il moderno Casino). Ma non vi rimarrà a lungo.

Nel 1943 la Guerra si fa ancor più violenta e la continua minaccia di bombardamenti convince Matisse a trasferirsi nell’entroterra. Si stabilisce in affitto per alcune settimane a Vence nella Villa La Réve, immersa nel verde. La bellezza dell’ambiente, il fascino della natura, il silenzio lentamente però lo conquistano offrendogli nuovi spunti espressivi. Nei successivi cinque anni si fermerà nel villaggio ed è qui che troverà quasi casualmente l’occasione per realizzare quello che lui stesso considerava il suo testamento spirituale ed artistico.

Poco prima di tornare a Nizza e tabilirsi sulla collina di Cimiez, una sua modella di molti anni prima, fattasi monaca domenicana, che si trova nel convento di Vence e facendo leva sulla loro amicizia, lo convince a metter mano alla decorazione della nuova Cappella del Rosario presso l’Istituto. Folgorato da quella sfida, per molti anni si dedicherà non soltanto alle magnifiche vetrate che gli vengono commissionate ma realizzerà ogni singolo oggetto, arredo e abbellimento, partecipando perfino al progetto stesso.

Tra le pareti banche della semplice struttura, la luce dei dipinti di Matisse prende vita attraverso quei vetri con le loro particolari tinte. I materiali sono scelti e studiati con cura anche nella loro valenza simbolica e così le forme. I muri ricoperti di candide piastrelle sono la sua nuova tela, su cui dipinge in linee nere profonde, decise, vibranti i suoi più grandi capolavori a tema religioso.

L’artista stesso considera l’opera il compimento di tutta la sua arte, “nonostante le imperfezioni”.

Il suo cuore cede bruscamente nel 1954. Le sue spoglie ancora riposano sulla collina di Cimiez, presso il cimitero dei Cappuccini, non lontano da dove visse negli ultimi anni e a un tiro di sasso dalla villa genovese che la città ha trasformato nel suo museo.

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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