Tarisio, il cacciatore di violini

Tarisio, il cacciatore di violini

Nella novella di Hoffmann  “Madamigella di Scudery” l’orefice Cardillac era tanto innamorato dei gioielli di sua creazione da uccidere i clienti per tornare in possesso dei suoi capolavori. Questa morbosa avidità la ritroviamo pure nel più singolare e stravagante personaggio che mai si sia visto nella storia del violino: Tarisio -che visse una vita talmente bizzarra che meriterebbe di essere trasposta in un film- personaggio quasi dimenticato in Italia, ma molto noto all’estero.

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Luigi Teruggi (questo era il suo vero nome) nacque a Fontaneto  d’Agogna, in frazione Croce, il 21 giugno 1796 da una povera famiglia di contadini. Era analfabeta e tale rimase per tutta la vita. Fu messo a fare l’apprendista presso un falegname e, da autodidatta, imparò a suonare il violino.
Venne il momento di partire per il lungo e duro servizio militare sotto i Savoia, ma Luigi Teruggi, spirito intollerante e indipendente, preferì fuggire da Fontaneto e rifugiarsi in Lombardia, a Milano, ove per non farsi rintracciare, cambiò il suo cognome da Teruggi in Tarisio. Cominciò a girare per le cascine del milanese a riparare sedie e tavoli, la sera strimpellava in qualche osteria per un poco di cibo caldo e non perdeva mai l’occasione di cercare e comperare vecchi violini, che poi riparava e ricostruiva nel suo misero alloggio in via Legnano presso porta Tenaglia: non era difficile allora trovare vecchi violini, poiché in Lombardia avevano operato ben duecento lituani.

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Col tempo aveva acquistato una capacità  quasi diabolica nel riconoscere i capolavori dei grandi liutai cremonesi: è documentato che era in grado di individuare al primo sguardo il maestro costruttore di un violino e addirittura  di stabilirne l’anno di fabbricazione. Dopo quindici anni di questa vita era arrivato a possedere la più  pregiata e numerosa raccolta di strumenti ad arco italiani che mai fosse esistita.
Ma Tarisio non era soltanto un collezionista, voleva anche trarre guadagno da questa sua passione senza però privarsi dei pezzi più preziosi. Un bel giorno scelse sei buoni violini, li mise in un sacco e partì a piedi per Parigi; vi arrivò dopo un mese e, lacero e sporco, si presentò nello splendido negozio del più famoso commerciante parigino di violini, Aldric, offrendo i suoi pezzi. Aldric rimase sbalordito vedendo quei sei violini cremonesi ma, pensando che un uomo così malridotto non ne conoscesse il valore, offrì una cifra molto lontana dal prezzo reale. Tarisio ne fu molto deluso, ma capì che se si fosse ben vestito e profumato, avesse portato i violini in begli astucci -non in un sacco- e si fosse presentato in carrozza, avrebbe avuto più credibilità e spuntato un guadagno molto più alto. Regola che vale ancora oggi e che Tarisio ricordò e mise in pratica sempre. E così ogni volta che si recava a Parigi o a Londra o a Madrid a vendere i suoi violini, si vestiva all’ ultima moda e noleggiava una pariglia. Ben presto divenne famoso in tutta Europa; era ormai conosciuto non solo come il più grande collezionista di violini, ma anche il più esperto conoscitore di strumenti a corda. “Quell’uomo annusa  i violini come il diavolo una povera anima“, disse di lui, ammirato, il liutaio inglese Giovanni Hart.
La vita di Tarisio fu un susseguirsi di avventure, ma merita di essere ricordata, tra le tante, la storia del più  famoso violino di tutti i tempi, lo Stradivari  detto “Messia”. Per vent’anni Tarisio  si vantò di possedere uno straordinario Stradivari, così meraviglioso che, diceva, “si può ammirare solo in ginocchio. Non è  mai stato suonato ed è  nuovo come se fosse uscito oggi dalle mani del maestro“.

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Un giorno il mercante parigino Vuillaume, impaziente, gli disse: “Ma insomma,il vostro violino è  come il Messia degli Ebrei. Lo si aspetta sempre ma non appare mai“. Da qui, lo Stradivari mai suonato prese appunto il suo nome. Oggi è  custodito al Museo Ashmolean di Oxford, ove fu portato durante l’ultima guerra per salvarlo dai bombardamenti di Londra e dove rimarrà per sempre, senza che nessuno lo possa suonare: questo privilegio fu negato anche a Salvatore Accardo poiché, disse la direzione del Museo: “Possibili problemi di mantenimento e di resistenza della struttura… rendono impossibile soddisfare la sua richiesta“. Secondo gli esperti della più importante casa d’aste per strumenti a corda -che si trova a New York  e che, guarda caso, si chiama proprio…Tarisio – il valore del Messia è certamente superiore ai 30 milioni di euro, valore puramente teorico poiché non sarà mai messo in vendita.

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Tarisio aveva ormai quasi 60 anni quando, una sera del 1854, rientrato nella sua misera ma ben custodita dimora, non fu più  visto uscirne per giorni. I vicini avvisarono le guardie che sfondarono  la porta: Tarisio giaceva morto su un divano con due violini stretti al petto. In quella misera stanza, oltre a una grossa cifra in denaro e oro, erano riuniti più 100 violini dei maggiori maestri, i più  importanti strumenti ad arco mai prodotti. Il mercante parigino Vuillaume, appena appresa la notizia della morte, si precipitò  a Fontaneto d’Agogna, dove aveva saputo vivevano gli eredi. Così  Franz Farga, autore di una monumentale  “Storia del violino ” descrive l’incontro con i Teruggi: “Chiese dei nipoti di Tarisio e gli fu indicata una casa di contadini lunga e bassa. Entrò e si trovò  in una stanza spaziosa ma quasi nuda che serviva anche da cucina. Sul focolare era appesa una pentola nera di fuliggine  e attorno a una grande tavola sedevano a cena le due famiglie. Vuillaume, che parlava correntemente l’italiano, si presentò, e i due nipoti gli diedero il benvenuto“. Da loro apprese che la maggior parte dei violini erano ancora a Milano; lì, nella vecchia cascina, ne avevano portati solo sei. Le cassette furono tratte dal’angolo in cui erano state accatastate  e mostrate al mercante.

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Vuillaume, al colmo dell’emozione, vi trovò uno Stradivari, due G.B.Guadagnini, un Guarnieri  del Gesù  e un Carlo Bergonzi. Ma la più grande sorpresa fu data dalla sesta cassetta, chiusa da due catene di ferro: Vuillaume ne entrasse guardingo il violino, lo osservò alla luce della candela e lanciò  un grido di entusiasmo: era il “Messia” intatto come se fosse appena uscito dalle mani del maestro, un gioiello mai suonato; all’interno il cartiglio con la sigla “Antonius Stradivarius Cremonensis  faciebat 1716“, il suo periodo d’oro. Il mercante partì  la mattina dopo per Milano ove trovò  altri 144 tra violini, viola e violoncelli: c’erano due dozzine di Stradivari, Guarnieri  del Gesù, Nicola Amati ecc. ecc. Aveva 80.000 franchi in tasca e con quelli pagò i felici nipoti di Tarisio. Ma quella collezione, la più grande del mondo, valeva milioni di franchi, e infatti Vuillaume divenne ricchissimo.
Uno dei nipoti di Teruggi Luigi, alias Tarisio, che “vendette una fortuna per un piatto di lenticchie”  (come dice la Bibbia ), era il mio trisnonno.

Pietro
Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, per parecchi anni è stato dirigente di azienda. In seguito ha messo a frutto la sua passione per i viaggi divenendo imprenditore nel settore del turismo. Ha visitato molti paesi per lavoro e per diletto. Ritiratosi da ogni attività, coltiva tuttora la passione per i viaggi e per la scrittura.
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