I CAVALIERI DI SAN GIOVANNI E L’EREDITÀ TEMPLARE (prima parte)

Ben prima della triste fine dei Pauperes Commilitones Christi, con il rogo del Gran Maestro e dei maggiori ufficiali nel 1314, la cristianità aveva intavolato, per bocca dei suoi più illustri pensatori e teologi una complessa discussione sulla necessità o meno di unificare i due Ordini maggiori gerosolimitani: Cavalieri di San Giovanni e Cavalieri Templari. Si erano così accese grandi fantasticherie su una “milizia celeste” che sarebbe potuta sorgere dalle loro ceneri e grazie alla quale il Cattolicesimo avrebbe finalmente potuto trionfare. Inutile sottolineare quali biechi disegni di potere, gloria e ricchezza, in verità, vi si nascondevano sotto.

Il passaggio dalle parole ai fatti, con un primo sordido tentativo di saggiare la disponibilità delle parti, l’aveva fatto papa Niccolò IV durante il Concilio di Lione del 1274. Alla “proposta” i Templari, per voce del Gran Maestro, si erano fieramente e immediatamente opposti poiché ritenevano che la rinuncia alle loro originarie funzioni avrebbe comportato il loro inevitabile asservimento alla corona. Non conosciamo la reazione dei Cavalieri di San Giovanni, ma possiamo ritenere che altrettanto avessero presentato le loro rimostranze.

Lungi dal risolversi, la questione era stata nuovamente sollevata dal successore al soglio pontificio Clemente V che, nel 1305, aveva inviato ai due Gran Maestri una nuova esortazione scritta a pronunciarsi sulle possibilità di unificazione dei due Ordini.

Il primo ufficiale giovannita, Folques de Villaret, aveva abilmente aggirato la domanda, rispondendo soltanto in merito agli altri quesiti presenti nella missiva, che riguardavano l’organizzazione di una nuova crociata. Il suo pari templare, Jacques de Molay, invece, aveva ribattuto senza esitazioni, elencando tutte le difficoltà di un simile progetto e soprattutto le differenze “inconciliabili” tra le due regole che lo rendevano, di fatto, impossibile.

È indubbio che, a parte le motivazioni espresse, entrambe le cavallerie nutrissero preoccupazioni ben maggiori e fossero consapevoli della necessità di mantenersi separate, poiché la loro unione, anziché rafforzarne la già fiaccata spiritualità, l’avrebbe irrimediabilmente abbattuta. Inoltre c’era il rischio concreto – se non la certezza – di un’esposizione incontrollabile alle manipolazioni ecclesiastiche e a quelle monarchiche, che avrebbero potuto definitivamente trasformarli in un esercito.

I timori di Jacques de Molay, come ben sappiamo, sarebbero presto diventati realtà. Le ricchezze dei Poveri Cavalieri di Cristo li avevano ormai resi fin troppo interessanti agli occhi di Filippo il Bello, stretto fra le pressioni politiche e la disastrosa situazione economica del regno francese.

Infatti il sovrano, con la connivenza della corrotta inquisizione francese, avvia nel 1307, il 13 ottobre, per mano dell’inquisitore generale di Francia Guglielmo Imbert, l’arresto immediato di tutti i Templari del paese, tra cui lo stesso Gran Maestro e gli alti ufficiali dell’Ordine, con pretestuose accuse di eresia e di altri misfatti e trascina nella terribile malefatta il papato stesso. La recente elezione del nuovo pontefice, di origini franche, ha comportato lo spostamento della Santa Sede a Lione, ponendolo sotto il controllo della corona. Ma la posizione è ovviamente scomoda al Papa che intravvede un’occasione per riscattarsi. Perciò, due mesi dopo i primi arresti, Clemente V in persona fa pervenire ai sovrani europei una prima lettera, con la quale ingiunge di intensificare l’incarceramento dei Cavalieri, intendendo però con ciò porre l’intero affaire sotto il suo diretto controllo.

L’azione tuttavia ben presto subisce un deciso rallentamento e durante l’Incontro di Poitiers si aprono complicati negoziati tra Filippo il Bello e il Pontefice che, infine, ottiene la sospensione delle azioni nei confronti dei Templari e l’affidamento delle inchieste a commissioni ecclesiastiche apposite. I risultati sarebbero poi stati presentati al Concilio fissato per il mese di Ottobre del 1310 a Vienne.

All’Incontro partecipa, arrivando in ritardo, anche il Gran Maestro Templare Jacques de Molay, al quale si attribuisce, almeno in parte, l’esito della trattativa.


Testo e fotografie di Francesco Teruggi

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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