I CAVALIERI DI SAN GIOVANNI E L’EREDITÀ TEMPLARE (terza e ultima parte)

Finalmente il 16 ottobre del 1311 si aprono i lavori del Concilio di Vienne. L’esito del simposio, il cui primo punto programmatico era proprio la faccenda templare, è incerto. Nonostante le attese, non ci sono elementi sufficienti a suffragare le accuse ai Templari e tra i presenti molte voci si levano in loro difesa. Inoltre, gli emissari di Filippo il Bello, invitati a partecipare, ritardano fino al 1312 la loro venuta, costringendo ad uno stallo nei lavori.

Perciò si giunge alla risoluzione che l’Ordine venga sciolto per via ordinaria, amministrativa, con immediato proscioglimento di tutti i processi in corso. La decisione diventa operativa con il primo documento ufficiale del Concilio, la bolla papale “Vox in excelso”, che dichiara decaduti i Templari.

Pochi giorni dopo, Clemente V emana due ulteriori bolle che contengono tutti i necessari chiarimenti.

La prima, “Ad Providam Christi Vicari” è l’atto esecutivo con il quale tutti beni appartenuti all’Ordine Templare vengono completamente ceduti ai Cavalieri di San Giovanni. Il provvedimento è propedeutico all’auspicio adombrato nella seconda parte della bolla: impedire che Filippo il Bello possa fondare, attraverso quegli stessi beni, un nuovo Ordine Cavalleresco da porre sotto il suo controllo.

La sorte dei Templari superstiti viene invece delineata nella successiva bolla “Considerantes dudum”, nella quale il pontefice chiarisce che la soppressione dell’Ordine è avvenuta per crimini di tipo amministrativo e non in seguito alle accuse, infondate, emerse durante le indagini dell’inquisizione.

Pertanto, con l’esclusione degli alti ufficiali coinvolti negli illeciti, viene decretato che tutti i superstiti innocenti o disposti ad un sincero pentimento siano riaccolti dalla Chiesa, liberati dalle carceri e che entrino in un qualunque altro ordine religioso e monastico a loro scelta, presso il quale essere mantenuti dignitosamente con i beni appartenuti ai Templari. Il divieto da sempre esistente per un cavalieri di passare dai Poveri Cavalieri di Cristo ai Giovanniti e viceversa, viene così dichiarato implicitamente decaduto e sarà la strada che quasi tutti seguiranno.

Nella bolla vengono delineate anche le eccezioni rappresentate dal regno aragonese di Valencia e dal Portogallo per i quali viene stabilito che i beni templari presenti, nonché tutti i cavalieri, confluiscano negli Ordini di Montesa e di Cristo, appositamente fondati a questo scopo dai rispettivi sovrani.

L’epilogo è ciò che più si conosce dell’intera vicenda. Mentre le file dei Cavalieri di San Giovanni di ingrossano e con esse i possedimenti e le commende – a quelle già esistenti vanno ad aggiungersi tutte quelle appartenute in precedenza ai Templari – riprende il processo al Gran Maestro dei Poveri Cavalieri di Cristo e ai quattro alti ufficiali.

Dichiarati infine colpevoli per i reati amministrativi loro comminati, vengono condannati al carcere a vita. Ma proprio mentre viene pronunciata la sentenza, Jacques de Molay, in un ultimo impeto di ribellione, rinnega, insieme ai suoi ogni imputazione, ritratta ogni te4stimonianza resa in precedenza e accusa apertamente il Papa e il sovrano francese denunciandone le oscure macchinazioni. La condanna viene così immediatamente convertita, dal consesso dei vescovi giudicanti, nella pena capitale che viene eseguita appena due giorni dopo, mediante il rogo purificatore riservato a streghe ed eretici.

Presenziano anche diversi personaggi illustri, tra i quali il padre di Boccaccio, che testimonierà di come i convenuti si accapiglieranno sulle ceneri dei cinque malcapitati, portandosele via quasi fossero reliquie.

Il glorioso Ordine Templare scompare per sempre, come sancito dalla bolla “Vox in Excelso” che decreta anche l’impossibilità in perpetuo di rifondarlo. La sua eredità però, evidentemente, è salva, nelle mani dell’Ordine di Cristo portoghese, in quelle aragonesi di Montesa e soprattutto in quelle giovannite con cui Jacques de Molay ha relazioni strette fin dall’inizio della folgorante carriera che lo ha portato a diventare l’ultimo Gran Maestro templare.

Nel 1285, infatti, quindici anni dopo essere giunto in Outremer, De Molay si guadagna la nomina a Conte di San Giovanni di Acri, al tempo la principale roccaforte dei Cavalieri di San Giovanni. Con la sua perdita nel 1291 dopo l’assedio mamelucco, li segue – o forse li precede – a Cipro, dove l’Ordine stabilisce il suo nuovo quartier generale. E proprio da qui avanzerà la sua candidatura a Gran Maestro templare.

Forse la ritrattazione che gli è costata la vita non è stata lo sfogo di un condannato, né un atto eroico, bensì una dichiarazione deliberata, studiata e consapevole: un segnale preciso rivolto a chi poteva e doveva capire.

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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