San Giovanni di Cressa

Si raccontano strane storie sull’antico hospitale giovannita di Cressa, nel novarese.

I teschi di sette cavalieri, di cui sei in due file che “sorvegliano” il settimo, sarebbero sepolti da qualche parte in una buia cripta accanto alla chiesa ospitaliera. Così dicono le voci di paese, adombrando l’esistenza di un misterioso tesoro, secondo una lunga tradizione tramandata di padre in figlio da tempo immemore.

In effetti, l’hospitale esisteva già nel XII secolo, come si evince da alcuni documenti (dichiarazioni e accordi) ed era strategicamente localizzato lungo la via Bragnascha, all’incrocio con la Francisca, nei pressi di un guado sul torrente Lirone. Solo dal 1594, negli Atti di visita del vescovo Carlo Bascapè di quell’anno, l’«Hospitale di San Giovanni in Barazia» è chiaramente indicato come possesso dei Cavalieri di San Giovanni di Malta, ma si suppone che sia stato l’ordine a costruirlo e gestirlo fin dall’inizio.

Nelle carte e nelle pergamene, non c’é alcun accenno, neppure velato, alla leggenda dei teschi. Tuttavia, essa potrebbe far parte della tradizione dell’Ospedale, in quanto ricompare con prerogative simili, nella chiesa di Gavarnie, presso il Cirque de Gavarnie, nei dipartimento francese dei Pirenei. L’oratorio erroneamente attribuito ai Templari e dipendente dalla fortezza di Santa Maria a Luz, più a valle, era un possedimento dei Cavalieri di San Giovanni.

Nella chiesa, ancora oggi, in un armadietto a muro in legno, sono conservati otto teschi detti “Crânes des Templiers” e che per tradizione inverosimile apparterebbero ad altrettanti cavalieri (dodici secondo alcune versioni della leggenda) miracolosamente fuggiti o giustiziati, dopo essere stati arrestati nel 1307 insieme al Gran Maestro Jacques De Molay.

Non si sa a chi davvero appartengano, né esistono documenti in merito. Certo è che la piccola chiesa, posta lungo il Cammino di Santiago, custodisce innumerevoli e curiose reliquie portate dai Cavalieri Ospitalieri: un’ampolla contenente il latte della Vergine Maria; un pezzo di osso del braccio di San Lorenzo; una scheggia del legno della Vera croce e una della verga di Aronne; un pezzo della tavola dell’Ultima Cena; un frammento del pane moltiplicato in occasione del miracolo evangelico omonimo; un pezzo di osso cranico di San Giovanni Battista e un suo dente; frammenti di ossa di Maria Maddalena; un pezzo della graticola di ferro di San Bartolomeo; due bastoni cui si attribuisce la capacità di guarire la rabbia.

Del resto, il cranio o teschio, ebbe sempre un significato profondo e misterioso per i Cavalieri di San Giovanni. A partire dal XIV secolo almeno, lo si trova a campeggiare addirittura sul retro del tutti i sigilli magistrali dell’Ordine, ad eccezione di quello del gran maestro e cardinale Pierre d’Aubusson1.

La “voce di paese” sull’Ospitale di San Giovanni a Cressa potrebbe essere dunque, in qualche modo, fondata. La simbologia delle sette teste, allineate a formare due file di tre separate dalla settima, può essere, probabilmente, ascrivibile al “sette di coppe” delle antiche carte napoletane, mutuato dall’omonima simbologia dei tarocchi.

Le teste sono infatti “tête coupées”, teste mozzate, “coppe” che contengono l’essenza vitale del defunto. In alcune varianti dei tarocchi, una delle coppe è infatti sostituita da una testa, oppure la contiene. Nei mazzi francesi le coppe sarebbero state poi mutate in cuori, con identica simbologia.

Più difficile è chiarire l’indicazione relativa a una “cripta” che si troverebbe nei pressi della chiesa. Per quanto è probabile che, accanto ai suoi muri perimetrali possano aver trovato posto sepolture (dei cavalieri che gestivano l’ospitale oppure di qualche viandante) e per quanto siano state rinvenute cavità artificiali sotterranee realizzate dai commilitoni in alcune commende (ad esempio a Poggibonsi), non sembra questo il caso.

Le “teste” sono, appunto, simboli che richiamano un sapere di tipo astrologico: il “tarocco” che descrivono si riferisce al segno della Bilancia, i cui piatti sono, altrettanto, “coppe”. Anche la “cripta”, il “ventre oscuro della terra”, che può essere in un certo senso considerata un “vaso”, dovrebbe quindi rappresentare un richiamo dello stesso tipo, un ulteriore indizio.

Anticamente uno dei più importanti momenti astronomici solari, l’equinozio autunnale, si verificava proprio nel momento in cui il sole, per la prima volta durante l’anno, sorgeva in corrispondenza della costellazione della Bilancia. Ciò accadeva molti millenni fa. Poi, la “precessione degli equinozi” fece slittare il momento in corrispondenza della Vergine.

Poiché la chiesa ospitaliera di San Giovanni a Cressa è orientata quasi perfettamente a Est, essa indica senz’altro sia l’alba dell’equinozio primaverile che di quello autunnale. Durante quello settembrino, il più vicino alla Bilancia, la costellazione non è ancora visibile. Si trova infatti sotto all’orizzonte, spostata di circa 30° a nord rispetto ad est. È come “annegata” nella terra, dal quale emergerà soltanto un mese più tardi. Si trova insomma sotto terra, accanto (idealmente sul lato nord) alla chiesa.

Nonostante ciò, quale sia la soluzione dell’enigma è un’altra questione. Di certo, racconta di una “coppa” (i sette teschi che rappresentano la bilancia), dentro un’altra “coppa” (la Bilancia-costellazione nascosta sotto terra all’equinozio), due diversi livelli simbolici, di significati che portano all’indicazione dell’equinozio autunnale come orientamento fondamentale del luogo.

Altrettanto è riconoscibile un chiaro riferimento ai Cavalieri nella loro qualità di “ospitalieri”. La Bilancia, infatti, è il “segno” dei cavalieri e nel gioco degli scacchi corrisponde all’alfiere. L’equinozio indicato a San Giovanni in Crixia è invece il momento saliente dell’autunno, inteso come “amore per gli altri”. Spesso, per tale motivo simbolico, i dispensari, gli infirmari e le foresterie presso i monasteri erano situati proprio nell’ala ovest dell’area claustrale.

Per le antiche cavallerie sufi, la Bilancia era una vera e propria scienza alchemica, la vera scienza dell’anima che era il mezzo e il fine della loro via spirituale. L’aveva teorizzata Al Gabir (conosciuto nell’occidente latino come Geber) nel XVIII secolo, secondo il quale i tre regni sublunari sono un sistema esatto di pesi e misure, sul quale governa in ogni aspetto la Bilancia: “quando conoscerai la vera scienza, conoscerai la resurrezione dei morti”.

1Cfr. Joseph Delaville Le Roulx, Des sceaux des prieurs anglais de l’ordre de l’Hopital au XIIe et XIIIe siècles, Impr. De La Paix, Rome, 1881


Testo di Francesco Teruggi

Fotografie di Pietro Teruggi

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
---
FONDATORE DI GRIOTS - STORIE SOTTO I BAOBAB
Francesco on FacebookFrancesco on GoogleFrancesco on LinkedinFrancesco on Twitter
Pietro
Laureato in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, per parecchi anni è stato dirigente di azienda. In seguito ha messo a frutto la sua passione per i viaggi divenendo imprenditore nel settore del turismo. Ha visitato molti paesi per lavoro e per diletto. Ritiratosi da ogni attività, coltiva tuttora la passione per i viaggi e per la scrittura.
---
FONDATORE DI GRIOTS - STORIE SOTTO I BAOBAB
Pietro on FacebookPietro on Google

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*