Templari e Giovanniti in Etiopia

Nel 1185 l’esiliato re etiope Lalibela conclude il suo soggiorno forzato a Gerusalemme. In sogno ha visto il suo destino. Torna dunque nella capitale del suo regno dal quale è stato esiliato, Roha, dove il fratello usurpatore impera indisturbato, lo spodesta e si reinsedia. Poi, giunta la triste notizia della caduta della Città Santa, inizia la costruzione del suo capolavoro: una nuova Gerusalemme etiope.

La chiameranno con il suo nome ed è ancora conosciuta come una meraviglia senza pari.

Il complesso, in tre parti, è formato da ben 11 chiese monolitiche, completamente scavate nella roccia tufacea e meravigliosamente scolpite, dentro e fuori. Il lavoro è immane. Secondo gli storici si sarebbe potratto molto oltre la morte dell’amato sovrano, ma esiste un’altra teoria, per cui la costruzione del complesso sarebbe stata terminata in un tempo insolitamente breve, nonostante non esistessero in tutta l’Africa conoscenze e risorse per portalo a termine. Un viaggiatore del XVI secolo, Francisco Alvarez, raccolse nelle sue memorie la testimonianza di alcuni abuna del luogo secondo i quali il lavoro era stato portato a termine in 25 anni, grazie soprattutto a “uomini bianchi”.

Chi erano?

Già nel XIII secolo un altro viaggiatore, il geografo armeno Abu Salih aveva descritto certi misteirosi portatori dalla “carnagione bianca e rossa e con capelli rossi” che trasportavano i tabot, i simulacri dell’Arca dell’Alleanza durante i riti e le processioni.

Circola ancora oggi una leggenda, sussurrata a mezza voce dagli abitanti di quello che ormai è poco più che uno sperduto villaggio nel mezzo del deserto tra l’Afar e il Tigrai. Si racconta che di giorno fossero gli uomini al soldo di Laibela ad occuparsi della costruzione delle chiese rupestri, mentre di notte il lavoro veniva portato avanti dagli angeli. Le presenza angeliche sono numerosissime a Lalibela. A Michele e Gabriele è perfino dedicata la più misteriosa di tutte le undici chiese, affiancata da una profonda buca, un vero baratro, un enorme vuoto.

Si pensa che il mistico re Lalibela possa essersi avvalso di manodopera e architetti egizi o indiani. Ma non corrsipondono alle descrizioni degli esploratori, secondo i quali invece questi strani personaggi avevano tratti che potrebbero essere di tipo europeo o nordico.

È stata dunque avanzata un’ipotesi controversa: Lalibela potrebbe essersi fatto accompagnare da cavalieri templari o giovanniti al suo rientro da Gerusalemme, grazie ai quali riprendersi il regno e costruire la nuova Città Santa, in terra africana?

Vagabondado per le fantastiche chiese di Lalibela, non si può non rimanere suggestionati dalle vistose croci patenti, molto simili a quelle gerosolimitane del tempo dei crociati e delle cavallerie, alcune dipinte in rosso, che fanno capolino sulle volte poco illuminate della chiesa Bet Maryam (Casa di Maria), dedicata alla Vergine di cui Templari e Giovanniti erano assai devoti.

Ma ancor più misteriosa è la presenza, sotto la falda del tetto roccioso scolpito a doppia pendenza dello stesso monolito, di una raffigurazione davvero insolita. Spingendo lo sguardo oltre i moderni tralicci di ferro che mantengono compatta la struttura impedendo probabili crolli, si vedono bene le effigi di due cavalieri di foggia apparentemente occidentale, che si affrontano in sella ai rispettivi slanciati destrieri.

Le corci patenti sono di certo un patrimonio locale millenario, ed erano già ampiamente presenti sul suolo Etiope. Diversi esempi esistono ad Axum presso la tomba dell’imperatore-santo Kaleb (520 d.C.). Più enigmatici invece sono i due cavalieri, agghindati come guerrieri gerosolimitani…

Templari e Giovanniti giunsero forse fino in Etiopia alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza?

L’Etiopia in qualche si intreccia con la fine dei primi e l’apoteosi dei secondi. Nel 1306, un anno prima del tristemente noto “processo” una delegazione di 30 diplomatici guidati da un successore di Lalibela, Wedem ‘Ara, raggiunse Avignone per incontrarsi con papa Clemente V…

Congetture o realtà?

Il mistero rimane.


Testo e fotografie di Francesco Teruggi

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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