10-09-1943: una storia dimenticata (2)

(seconda e ultima parte)

Qualcuno ricorda convogli numerosi che, nel mese di Settembre del 1943, dopo aver lasciato la SS33 del Sempione a qualche centinaio di metri dall’abitato di Ornavasso, si perdevano nella boscaglia a ridosso della Toce, oltre i campi coltivati, per uscirne dopo poco tempo e tornare da dove erano venuti.

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In paese si vocifera, sempre più insistentemente, dell’esecuzione sommaria, di due giovani sposi avvenuta di notte nella stessa zona e nello stesso periodo (vicino alla cappella sul fiume). Già nel 1796, per la sua particolare posizione, Ornavasso era stato scelto dalle milizie dei Savoia per l’esecuzione di Giuseppe Antonio Azari (quello cui è dedicato l’omonimo viale a Pallanza) ed i suoi compagni, rivoluzionari rei di aver ordito una congiura ai danni di Carlo Emanuele IV. Il luogo della fucilazione si trovava proprio nei pressi del vecchio passaggio a livello vicino alla cappella dei tèns, verso Gravellona Toce. Dei loro corpi non rimase traccia né furono mai cercati, ma si ritiene che siano stati sotterrati nello stesso luogo dell’esecuzione.

Emergono indicazioni sufficientemente precise sui due sposi fucilati e un testimone, che afferma non solo di aver assistito all’uccisione ma anche di aver visto seppellire i corpi, con ancora indosso le fedi nuziali. Seguendo tali indicazioni, si decide di scavare e i cadaveri vengono facilmente ritrovati sotto una coperta in pochi palmi di terra, accanto allo sterrato che costeggia il fiume. Degli anelli nessuna traccia, ma la strana diceria che inizia a circolare, secondo la quale sulle introvabili fedi sarebbe incisa la data del matrimonio, scatena innumerevoli fantasie e pettegolezzi su presunti trafugamenti e sciacallaggi.

Il peggio, però, deve ancora venire. Anni più tardi, due individui confessano che, al tempo, erano stati ingaggiati e pagati da certi soldati per scavare in segreto una larga buca nella zona del ritrovamento degli sposini senza che tuttavia gli venisse spiegato a quale uso sarebbe stata destinata. Prima che possano essere fatte verifiche, tuttavia, i due testimoni, sorprendentemente e inspiegabilmente, (solo dopo si saprà che sono stati minacciati di morte dalla S.S. se rivelano ciò che è stato fatto) cambiano più volte versione dei fatti, arrivando a contraddirsi ripetutamente e a compromettere la loro stessa attendibilità. Sembra addirittura che alla fine si fossero decisi a tornare sul posto per conto proprio per vedere cosa le S.S. avevano sepolto davvero in quelle fosse, ma siano tornati a casa spaventati. Da allora giurarono che nelle fosse non c’era niente e che i tedeschi avevano gettato i corpi nel fiume.

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L’intera vicenda, in assenza di riscontri, perde interesse e viene quasi dimenticata ma negli anni, nuove, timide testimonianze riaccendono la speranza di ritrovare le fantomatiche fosse comuni. Una sorella minore di un partigiano che, all’epoca dei fatti, lavorava, come molti altri, nei campi in quella zona, racconta di essersi dovuta nascondere, una volta, nell’erba alta non avendo fatto in tempo ad allontanarsi all’arrivo dei tedeschi, che usavano cacciare chiunque si trovasse nelle vicinanze per poter agire indisturbati. Così avrebbe involontariamente assistito alla brutale uccisione e all’occultamento di tre persone, due uomini e una donna.

Una signora, poco più che una giovinetta all’epoca, ricorda che mentre tagliava l’erba in una giornata di quel Settembre, sentì un gran rumore e si sporse ad osservare. Vide un grosso camion, come non se ne vedevano in zona di solito, con a bordo gente con elmi da soldato, giungere dalla ferrovia a valle della cava e inoltrarsi nel bosco. Non si sentirono rumori, ma il camion dopo un po’ tornò da dove era venuto. Forse avevano scaricato cadaveri?

Un’altra racconta di un camion che si sarebbe fermato a poca distanza dal suo “nascondiglio”. Dal fondo del mezzo si sarebbe alzato un uomo anziano, con capelli grigi e lunga barba il quale, avendola scorta in mezzo al paglione, avrebbe cercato di porgerle il bimbo che teneva tra le braccia, come supplicandola di prenderlo con sé. Ma l’arrivo di un soldato le avrebbe impedito di avvicinarsi.

La testimonianza più precisa è questa: “La prima volta che ha notato i convogli nazisti, era il 10 Settembre 1943, mentre facevo legna sulla montagna. Il convoglio, preceduto da moto e camionette, era composto di almeno sette o otto camion, con il telone a forma di “V” rovesciata. La colonna, che procedeva sulla SS33 del Sempione in direzione di Ornavasso, svoltò nello sterrato che conduceva verso il fiume. Giunta ai tèns si inoltrò nella macchia boscosa, scomparendo alla vista per circa 15/20 minuti, per poi ricomparire e compiere al contrario il medesimo percorso”. Lo stesso convoglio, o un altro simile, avrebbe compiuto identico percorso il giorno seguente.

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Perché i corpi sarebbero stati occultati qui? Non esistevano “campi” in Italia e non c’era disponibilità di mezzi per trasferire i prigionieri, come da disposizioni diramate il 15 Settembre. Nonostante questo, la purga era ormai cominciata. Perciò Roewher e i suoi scelsero, dopo aver tentato infruttuosamente di gettare i cadaveri nel lago, la boscaglia lungo il fiume tra Gravellona e Ornavasso, lontana dalle case e dai fascisti (di stanza a Gravellona) e con solo qualche campo nelle vicinanze. La particolarità della zona, poi, stretta tra la Toce, la ferrovia lungo la quale viaggiavano e avrebbero continuato a viaggiare treni carichi di soldati e mezzi, la statale incessantemente percorsa da convogli militari avrebbero fatto il resto, tenendo lontani sia i fascisti che, successivamente, i partigiani.

Nessuno sa, davvero, quanta gente, nella tarda estate del 1943, attendesse negli albergi, nelle case e nei rifugi di fortuna lungo la sponda occidentale del Lago Maggiore, di passare il confine svizzero. Nessuno lo ricorda. Ma erano tanti, molti di più di quelli presenti nelle stime ufficiali.

Hans Roehwer, impunito, tornò più volte in vacanza, da semplice villaggiante, a Meina e Baveno. I corpi delle vittime senza nome, invece, sono ancora da qualche parte lungo la Toce. Nessuno li ha mai reclamati. La storia è diventata, suo malgrado, leggenda.


FONTI:

-Resoconti, memorie e interviste di Vanni Oliva

-”La Strage degli Ebrei”, articolo pubblicato su www.casadellaresistenza.it

Gianni Santamaria, l’Avvenire, 16 settembre 2003

-”Hotel Meina, la prima strage di ebrei in Italia”, di Marco Nozza, Ed. il Saggiatore 2008

Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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