I giardini della gioia di Varchignoli

I giardini della gioia di Varchignoli

Salendo la stretta strada che da San Bartolomeo penetra nella valle Antrona, laterale dell’Ossola, si incontrano quasi subito piccoli borghi aggrappati alla montagna che una volta erano abitati da vignaioli.

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Tra i boschi e le balze che li circondano, negli anni ’80 e ’90 gli studiosi si sono accorti che si celava un piccolo tesoro di mura megalitiche, antiche camere sottofascia e strutture riferibili ad attività agricola.

Gran parte del declivio montuoso è stato trasformato in terrazze delimitate da poderosi muri a secco, nei quali si aprono decine di ambienti di ingnota destinazione e sotto i quali scorrono canalizzazioni d’acqua.

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A cosa poteva servire un’opera così mastodontica? Poiché fino a poco tempo fa, qui si coltivava la vite, che cresceva proprio su alcuni di quei terrazzamenti e veniva fatta correre su pali tenuti da “palanghér”, la spiegazione che gli studiosi hanno dato é, appunto, che già millenni fa l’uomo svolgesse la medesima attività. Tale conclusione è però non più che un’ipotesi, anche perché, per loro stessa ammissione, se Varchignoli megalitica nacque per la coltivazione della vite, ciò significa che tale tipologia di attività agricola si sarebbe affermata con un difficilmente motivabile “rilevante anticipo sui tempi”.

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Senza contare che ciò non spiega la presenza e l’utilità delle camere sotterranee, né delle innumerevoli doppie-scale monumentali addossate ai muri o da essi emergenti, visibilmente in esubero rispetto alla reale necessità di spostarsi da una balza all’altra e di solito affiancate a formare doppie scalinate opposte convergenti o divergenti.

Non è chiaro neppure il periodo in cui l’insieme fu costruito. Si ipotizza che possa risalire a uno o due millenni a.C.

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Ma più di questo non sembra possibile dire, a meno che futuri ritrovamenti offrano nuovi spunti. Dopo gli iniziali interventi di consolidamento dei sentieri e di alcune strutture e dopo la costituzione di un piccolo museo per il quale non è neppure stato approntato un cartello che lo indichi, il sito è tornato nell’oblio. Così l’incertezza, che erode l’autorevolezza e l’indolenza che affossa ogni slancio, rischiano ogni giorno di non consegnare ai posteri queste vestigia di chi ci ha preceduti.

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Vagando fra le terrazze, le scale e le camere buie, però, non si può non correre con la mente ai giardini mitici di Babilonia, sede di ogni delizia e ancor più ai siti del Perù degli Incas, alla misteriosa Tipòn.

E quelle scale, che fanno pensare alle piramidi, richiamano ancor più prepotentemente i pozzi sacri del Rajastan, le lastre di misura dei nilometri e i fregi degli edifici trogloditici di Petra.


Puoi leggere lo studio approfondito su Varchignoli su www.francescoteruggi.com

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Francesco
Francesco Teruggi. Scrittore e ricercatore indipendente. Direttore delle collane "Malachite" e "Topazio" presso Giuliano Ladolfi Editore. Autore del saggio divulgativo "Il Graal e La Dea" (2012), del travel book "Deen Thaang - Il viaggiatore" (2014), dell'Ebook "Militum Christi - Templari, Cavalieri di Malta, ospitali, Madonne e sacralità antica tra novara e l'Ossola" (2014); co-autore del saggio "Mai Vivi Mai Morti". Presidente dell'Associazione Culturale triaSunt. Addetto Culturale S.O.G.IT - soccorso Ordine S. Giovanni Italia.
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